Blog del gruppo di lettura di Manfredonia


Il Centro Giovanile di Manfredonia, presso il quale si tengono gli incontri del Gruppo di Lettura.
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Chiostro del comune di Manfredonia. Foto di Antonio Vigilante.
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sabato, 04 agosto 2007

LEONARDA CRISETTI GRIMALDI: L’agonia feudale e la scalata dei galantuomini

(Cagnano Varano: l’Onciario, il Murattiano, le Questioni demaniali 1741-1915)

  

 

 

Dopo la lettura del libro di Leonarda Crisetti Grimaldi, cosa va posto all’attenzione del lettore? Quali i punti di forza della ricerca? Il compito è piuttosto arduo, vista la complessità della tematica. L’impianto temporale è di lunga durata: partendo dal 1750, la Crisetti si sofferma sull’Ottocento e giunge fino al 1914,  con qualche rapida incursione nei secoli passati e in quello attuale per ricostruire gli antefatti e le conseguenze della questione demaniale a Cagnano Varano. Uno spaccato storiografico che ci disvela status e modi di vivere delle vecchie classi egemoni, oltre ai meccanismi che connotano la scalata sociale di quelle classi che erano state, fino a quel momento, subalterne. Colpisce l’estrema varietà e ricchezza delle fonti utilizzate per ricostruire il contesto socio-economico: oltre alle Delibere comunali, la Crisetti analizza le Rivele, il Catasto Onciario, il Catasto Murattiano. Anche se redatti a distanza di sei decenni, i due catasti riflettono logiche, strutture e metodi differenti. Le consentono comunque di delineare un profilo attendibile della realtà tendenzialmente dinamica del regime possessorio della terra, oltre agli aspetti socio-economico-demografico-culturali della popolazione.

L’Autrice non disdegna, per l’analisi delle vicende del Novecento, l’utilizzo delle fonti orali, raccordando la microstoria di Cagnano Varano con gli eventi coevi, con l’intento di dare risposta ad una domanda-chiave: «Chi furono  i  protagonisti della scalata sociale nel primo decennio dell’Ottocento?». Ecco perché scandisce tutti i passaggi che permisero a poche famiglie di appropriarsi illegittimamente dei terreni sottratti ai feudatari o al Comune, “affrancando” gli usi civici per regolarizzare le occupazioni e diventare proprietari. I cosiddetti “emergenti”, nel corso di oltre un secolo si servirono, a questo scopo, della politica e della “nuova” gestione della cosa pubblica.

Nel 1750, al tempo dell’Onciario, la popolazione di Cagnano, di circa 1850 persone, è concentrata nei quartieri denominati “Entro la Terra”, “Casale” e “Nuovo Casale”. Le famiglie “gentilizie”, quelle che abiteranno nell’Ottocento i palazzi con portali e stemmi ben visibili, sono poco in vista. Non godono di redditi significativi: sono semplici “bracciali” e massari.

La terra è nelle mani di tre grandi proprietari, esponenti della nobiltà e del clero: il principe-duca Brancaccio, titolare della Terra di Cagnano; il duca Zagaroli, proprietario della Difesa della Regia razza delle Giumente; i Canonici Regolari Lateranensi di Santa Maria di Tremiti, che posseggono San Nicola Imbuti, sul lago di Varano.

Nel 1741, nella piccola cittadina garganica, c’è quindi un unico possessore di “sangue blu”: Luigi Paolo Brancaccio. Nelle rivele dell’Onciario è denominato “l’Illustre Possessore”. Il duca, di antica nobiltà napoletana, ha 46 anni. Ha rimpinguato il suo blasone sposando la duchessa di Carpino Felicia Vargas, sua coetanea, che gli ha dato sei figli: un maschio e cinque femmine. Nel Palazzo baronale di Cagnano, la famiglia dimora con la sua piccola corte, proveniente da località dove i principi Brancaccio gestiscono altri feudi: il segretario è palermitano, i camerieri sono napoletani, il “repostiero” è calabrese; non è specificata la provenienza della nutrice, del maestro di casa, dei due servitori, del cuoco e del sottocuoco, del calessiere e del “volante”, che  probabilmente sono stati assunti sul posto. Il duca Brancaccio esercita di diritto di pesca nei “tre puzzacchi” sul lago; possiede il grande bosco demaniale in località Bagno, una vigna con torre, pozzo d’acqua sorgiva e uliveti a San Rocco; mezzane d’uliveti, olivastri, orni, un orto di fichi, seminativi, diverse “piscine”, la Taverna, tre “trappeti per macinar olive”; animali vari.

Luigi Paolo Brancaccio ha ceduto all’Università e affittato la portolania e la mastrodattia;  è altresì comproprietario di un “bosco sassoso e macchioso” di querce, cerri e faggi: il Compromesso; possiede la “defensa”  di Santa Marena, dove le università di Cagnano e di Carpino fanno pascolare le loro mandrie di buoi per tutto l’anno, riservando l’erbaggio anche alla Regia Dogana di Foggia per tre mesi all’anno. I pascoli sono sufficienti ad alimentare, oltre alle greggi e alle mandrie locali, circa ventimila pecore che giungono dall’Abruzzo.

All’epoca dell’Onciario, poche unità, rappresentate da nobiltà e clero, producono il 56% del reddito del paese, mentre i produttori, ossia il 92% della popolazione, il restante 44%. Questi ultimi sono vessati da tasse e prestazioni da corrispondere all’Università, ai nobili e al clero.

Durante il Decennio francese, i feudatari sono privati della giurisdizione e di alcune prerogative fiscali, ma non di tutti i beni: una parte viene loro assegnata come proprietà privata, un’altra parte è data al Comune, con l’obbligo di ripartirla tra i cittadini che hanno perso gli usi civici. 

Nel 1806 cessa il sistema della Regia Dogana e nel 1807  gli ordini religiosi sono sciolti. I loro beni, incamerati nel Demanio dello Stato, vengono venduti ai privati. Una Commissione feudale, che opera fino al 1810, ha l’incarico di dirimere le questioni nate prima del 2 agosto 1806 tra Baroni e Università, mentre la quotizzazione è affidata ai commissari ripartitori, che nel 1811 definiscono i confini delle acque del Varano.

Il Catasto Murattiano del 1813 dà un nuovo profilo delle classi sociali emergenti che producono il 77% dell’imponibile: l’ipotesi del miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini di Cagnano è validata dall’aumento dei benestanti i cui nuclei familiari, elencati nel Catasto Onciario del 1750, versavano in condizioni modeste. Sono in mobilità ex massari, allevatori, coltivatori e commercianti. Produttori sono anche medici, avvocati, notai, speziali, funzionari, parenti del clero. La proprietà si consolida tramite accorte politiche matrimoniali. Il nuovo ceto, sostituendosi alla vecchia classe dirigente, ne  assume comportamenti e titoli onorifici, non si pone come forza antagonista; decide di mandare i figli a studiare a Napoli, per elevare il loro livello culturale e preparare la loro scalata sociale.

Cambia la dimensione abitativa di Cagnano. La popolazione arriva a 3820 persone; il totale dei vani è di 1538, di cui 619 siti nella Terravecchia e 919 fuori le mura. Il Comune beneficia delle leggi eversive della feudalità, ampliando il suo patrimonio, entrando in possesso di Parchi e Mezzane, di una parte del Compromesso, delle Terre liquide, della Riseca e del Parco delle Giumente. Ma in queste terre si verificano ben presto occupazioni, dissodamenti e messa a coltura abusivi.

I demani usurpati, la ricchezza mal distribuita, l’attentato agli usi civici, la fame di terra dei coloni, la precarietà dell’esistenza minacciata dalla malaria e dal colera, sono alla base delle agitazioni di massa dell’ultimo ventennio dell’Ottocento, che mettono in crisi varie amministrazioni comunali, costrette a dimettersi per la loro incapacità a fronteggiare gli eventi.

E’ attiva sul Gargano una sezione dell’Internazionale socialista. Qualcosa si muove anche a Cagnano, che nel 1879 conta 18 affiliati al movimento anarchico, il cui leader è Carmelo Palladino, che proprio in quell’anno è arrestato con l’accusa di “cospirazione diretta a distruggere i poteri dello Stato”. La  reclusione dura pochi mesi.  Le autorità di polizia vigilano costantemente su di lui. L’8 maggio 1881 arriva un pacco, intestato a Palladino, contenente un giornale scritto in francese e manifesti incitanti alla rivolta.  Palladino, che era stato segretario pro-tempore dell’associazione napoletana internazionale dei lavoratori, continua a collaborare con la stampa anarchica e, alla vigilia del Congresso dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, che avrà luogo in Svizzera nel 1887, elabora le sue risposte ai 17 quesiti congressuali. Progetta di scrivere un libro. E’ amico di Bakunin, Engels e Marx, con cui corrisponde. La sua fine è tragica: viene assassinato lungo corso Roma davanti alla sua casa, colpito alle spalle. E’ il 19 gennaio del 1896.

«Il motore della storia – osserva la Crisetti con una punta di amarezza - non è stato la cultura, non è stato la giustizia sociale, non è stato il progresso scientifico. Il cammino verso il riconoscimento dell’uguaglianza dei diritti, della dignità umana in particolare, la riscoperta del valore della cultura e della partecipazione, nel Mezzogiorno era ed è ancora lungo». I beneficiari del decennio francese furono pochi. Non ci fu la mobilità sociale auspicata dai legislatori. Il connubio terra-istruzione-potere politico costituì il trampolino di lancio che permise soltanto a poche famiglie di passare dallo status di massaro, “bracciale”, pastore o piccolo proprietario a quello di notaio, avvocato, farmacista, agrimensore, medico, giudice. Fu così che a Cagnano nacque e si affermò, nell’arco temporale di un paio di generazioni, la moderna borghesia fondiaria. I nuovi padroni entrarono in possesso delle tenute migliori del demanio comunale e le difesero con tutti i mezzi, avvantaggiati dal fatto di occupare i posti chiave del potere. Quasi tutti i possidenti si alternarono nelle varie amministrazioni comunali, mentre ai contadini preferirono cercare altrove una vita migliore, prendendo la via dell’emigrazione.

Ma il  paesaggio agrario, descritto dalla Crisetti nel suo libro, è tuttora vivo. Le Difensole, la Riseca, i Parchi, le Mezzane, puntellati da torri, casini, casoni e  mànere,  citati dalle fonti come strutture e infrastrutture costruite dai coloni nei i luoghi più impervi del paese prima posseduti dal principe e poco valorizzati, non sono un retaggio storico scomparso nel nulla: esistono ancora in agro di Cagnano. L’Autrice, dopo averne trattato le complesse vicende, ce ne offre un suggestivo percorso per immagini. Un percorso inedito, anche per chi vive soltanto a pochi chilometri di distanza. Scopriamo oltre a luoghi intatti, dei bei manufatti ridotti a ruderi dopo l’abbandono da parte di chi li ha abitati.

Molti agricoltori, pastori, ex emigranti, continuano ancora a praticare l’attività agro-pastorale.

Nella ricognizione dei luoghi, la Crisetti si è fatta guidare proprio da questi coloni ed allevatori che hanno raccontato il loro disagio di vivere in località così impervie, difficili da raggiungere. Allevatori e agricoltori costretti a svolgere le loro attività agro-silvopastorali come duecento anni fa, nella speranza, finora delusa, che gli Enti preposti forniscano loro almeno i servizi di acqua e luce.

Una ricognizione cui è sottesa la finalità di fermare l’esodo in atto: con la dipartita degli ultimi anziani che ancora coltivano questi terreni o praticano l’allevamento brado, questa fetta del territorio sarà condannata all’abbandono.  Se l’economia della zona resterà  al palo - ci avverte l’Autrice, facendo parlare i diretti protagonisti - questi luoghi del Gargano si spopoleranno sempre più: urgono misure per incentivare i giovani a restare, a non abbandonare questi ultimi presidi che conservano ancora intatti i saperi, i sapori, gli odori, connotanti l’identità di questo sperduto pezzo del Sud Italia.

Su questo accorato grido d’allarme non possiamo che concordare. L’esodo è un’amara realtà.

Teresa Maria Rauzino

 

LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, L’agonia feudale e la scalata dei galantuomini  (sottotitolo: Cagnano Varano: l’Onciario, il Murattiano, le Questioni demaniali 1741-1915), Edizioni del Rosone, Foggia 2007, 2 tomi, ill. euro 35. 

Per richiedere il volume, rivolgersi direttamente all'Autrice: lcrisetti@alice.it

postato da: URIATINON alle ore 21:31 | Link | commenti
categoria:storia locale
venerdì, 29 dicembre 2006

MAURIZIO DE TULLIO. Ralph de Palma. Storia dell’uomo più veloce del mondo che veniva da Foggia 

  

Dopo i Vademecum della Provincia di Foggia e Capitanlibri, Maurizio De Tullio si cimenta in un arduo lavoro di ricerca per ricostruire l’avvincente storia di Ralph de Palma, un campione automobilistico del primo Novecento.

Forte della sua esperienza giornalistica, l'Autore si avvale della grande Rete telematica per consultare le fonti sull’emigrazione, ricerca testi presenti in varie biblioteche nazionali ed estere, riscontra dati e  documenti anagrafici in archivi pubblici e diocesani,  dà una sua chiave di lettura all'interpretazione talvolta problematica degli stessi, delineando un quadro esaustivo della biografia del grande campione italo-americano che batté tutti i record.

Con questo volume, De Tullio riesce soprattutto nell’ardua impresa di restituire alla Capitanata l’immagine di un eroe, Ralph De Palma, da noi quasi ignorato, e che fece grande lo sport dell’automobilismo, divenendo, ai suoi tempi, l’icona vivente del “grande sogno americano”. Quel bambino,  vissuto a Biccari fino all’età di dieci anni, non aveva mai visto il mare: solcherà per la prima volta l’Oceano Atlantico con la sua famiglia per raggiungere Lamerica, e precisamente la Grande Mela.   Oltreoceano, quel bambino, che non aveva mai giocato con le macchinine, riuscirà – come scrive De Tullio- a far sognare milioni di persone. Con auto vere. Le sue straordinarie gesta sportive (2557 vittorie su  2889 corse effettuate nel corso della sua lunghissima carriera) lo imposero  all’attenzione planetaria: per milioni di emigrati italiani sparsi per il mondo egli divenne l’eroe internazionale di cui andare fieri. De Palma riuscì ad affermarsi in un’epoca in cui gli italiani erano considerati all’ultimo livello della scala sociale statunitense: erano i paria della società, un po’ come sono ritenuti oggi gli  extracomunitari. Ecco perché, nelle prime biografie apparse sui giornali dell'epoca, alcuni dati, a partire dal nome americanizzato in Ralph, furono modificati per accreditare un’origine sociale più accettabile agli occhi dei fans. Sulla sua tomba,  il campione farà apporre soltanto le date di nascita e di morte, senza accenno al luogo d’origine italiano.

Raffaele De Palma era nato il 19 dicembre 1882 a Biccari, un paesino del Subappennino dauno che di lì a un decennio sarebbe stato decimato dall’emigrazione transoceanica. I genitori erano originari di Troja. I De Palma partirono per gli Stati Uniti verso la fine dell’Ottocento,  imbarcandosi , a varie riprese, su dei piroscafi che, dopo un mese di viaggio, li sbarcarono a Ellis Island, l’Isola delle lacrime, dove come tutti gli immigrati subiranno un’umiliante quarantena prima di essere accettati nel Paese della Libertà.

La famiglia De Palma, alla ricerca di quel riscatto sociale così difficile da realizzare in patria, a differenza di tante famiglie di emigranti, realizzerà il suo sogno.

L’emigrazione oltreoceano, tra il 1892 e il 1924, fu la scelta obbligata di circa 22 milioni di migranti, per la maggior parte italiani. Nel 1910 New  York era considerata, per il suo alto numero di abitanti provenienti dal Belpaese, la quarta città italiana dopo Napoli, Roma e Milano.

I De Palma vivevano a Brooklyn, uno dei più poveri quartieri newyorkesi. Ralph cominciò ad aiutare il padre nella barberia di famiglia, poi lavorò come pony express di un negozio di frutta e verdura. La bicicletta diventò la sua prima grande passione e nel 1899 egli vinse la sua prima gara ciclistica. Nel 1902 esordì nel ciclismo professionistico; le gare si svolgevano allora al chiuso di un velodromo con piste in legno e curve molto inclinate. 

De Palma esordì nella carriera automobilistica nel 1908, e la concluderà nel 1934. Il campione italo-americano guidò le auto delle migliori ditte dell’epoca: Fiat, Mercer, Simplex, ma legò il suo nome soprattutto alla Mercedes. Partecipò alle mitiche corse di  Vanderbilt Cup, alle 500 miglia di Indianapolis, al Gran Premio di Francia. Indianapolis, a quasi un secolo di distanza, colpisce l’immaginario collettivo degli appassionati per alcune epiche gesta che l’hanno segnata fino a consacrarla definitivamente come il Tempio della velocità. Ralph de Palma abbinò il suo nome a questa corsa, lunga e massacrante, sin dalla seconda edizione, quella del 1912, vincendo l’edizione del 1915.

Le gare di Formula uno di oggi, per quanto avvincenti, non sono paragonabili alle emozioni offerte agli spettatori che assiepavano le tribune e le piste dei circuiti e degli autodromi circa un secolo fa. Quel che era profondamente diverso era la corsa in sé che aveva la preminenza su ogni cosa e De Palma seppe comunicare agli spettatori proprio quello che essi si aspettavano da un pilota: emozioni, passione, grinta, coraggio. Una carriera longeva,  la sua, nel segno dell’agonismo e della lealtà sportiva: Ralph dimostrò che le gare si potevano vincere  usando l’intelligenza.

Quando gli Stati Uniti entrarono nel primo conflitto mondiale, tutte le attività sportive agonistiche vennero sospese. De Palma si arruolò nell’aviazione, dopo aver conseguito il brevetto di pilota a Daytona. Dopo la guerra, nel 1919, ritornò in questa città alla guida di una potentissima Packard 905 bianca, la mitica vettura con motore V12 su auto prodotte in serie.  Sulla sabbia di Daytona Beach, toccò la fantastica velocità media di 149,87 miglia orarie (oltre 241 km all’ora). Divenne l’uomo più veloce del mondo!

Ralph De Palma riposa oggi all’Holy Cross Cementery di Culver City, nei pressi di Los Angeles, in California. Sulla lapide della sua tomba compaiono solo gli anni di nascita e di morte: 1882 e 1956. L’epigrafe ricorda “il campione automobilistico prediletto vincitore della corsa di Indianapolis del 1915 (Bloved automobile racing champion 1915 Indianapolis speedway winner)”.

Un eroe dello sport che, nel 50° anniversario dalla scomparsa,  Maurizio De Tullio ha riproposto all’attenzione nazionale, partendo proprio dalla terra di origine di De Palma: Biccari.

 

Teresa Maria Rauzino

 

 

MAURIZIO DE TULLIO, Ralph de Palma, Storia dell’uomo più veloce del mondo che veniva da Foggia,  Edizioni Agorà, Foggia, 2006, euro 12,00. ISBN 88-89329-01-7.

postato da: URIATINON alle ore 00:53 | Link | commenti
categoria:segnalazioni
martedì, 07 novembre 2006

Marco Brando: SUD EST . Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia

 

Domani, mercoledì 8 novembre alle ore 18.00 presso la Biblioteca Provinciale di Foggia vi sarà la presentazione del volume "Sud Est", Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia di Marco Brando a cura del prof. Raffaele Licinio

 

 

 

 

SUD EST nasce da un'inchiesta giornalistica, condotta da Marco Brando, sulle pagine del «Corriere del Mezzogiorno», dorso di cronaca pugliese distribuito col «Corriere della Sera», nel corso delle estati 2004 e 2005.

Lo scopo è quello di descrivere e raccontare - con spirito critico e una buona dose di ironia - luoghi più o meno turistici, personaggi di ieri e di oggi, fenomeni di costume, radici storiche, pregi e difetti della Puglia (estiva e non solo) e dei pugliesi.

Sono due gli itinerari principali: un primo percorso lungo gli oltre 800 chilometri di costa; il secondo «dentro» la Puglia, attraversata da sud a nord senza mai toccare il mare. Completano il testo due «fuori rotta»: una notte su un peschereccio in compagnia dei pescatori di Molfetta; un viaggio attraverso gli scenari incantevoli percorsi dalle Ferrovie Sud-Est.

Un viaggio intenso, divertente, ricco di riferimenti alla storia e al costume, raccontato da chi non nasconde di subire il fascino di questa regione così bella e complessa. Tanto che il suo racconto si conclude con un augurio: «Arrivederci, Puglia. Abbi cura di te».

 

 

 

La prefazione di FRANCO CASSANO a Sud Est

L’eterna incompiuta

Ormai da decenni la Puglia è sospesa nel limbo. Di essa nel mondo e in Italia si alternano due immagini, quella ottimistica e speranzosa della «California del sud» e quella opposta, di una Puglia risucchiata dalle sue deficienze e patologie. E questa continua oscillazione tiene in sospeso una terra che sembra sempre sul punto di decollare e di accentuare la sua differenza rispetto al Mezzogiorno, ma è costretta, dopo qualche ebbrezza, ad accorgersi che le sue ali sono fragili o bruciate; e sente ritornare il peso di vecchi incubi, la disoccupazione, l’esodo dei giovani più capaci, il peso crescente della malavita, eccetera.

Questo continuo stop and go sembra un destino invalicabile, un limbo nel quale la Puglia è condannata a rimanere per sempre, rifluendo nel ruolo di eterna incompiuta: da un lato essa è troppo diversa dallo stereotipo dominante di un Sud fermo e addormentato, dall’altro il suo dinamismo è pieno di false partenze, e ogni volta dopo uno scatto bruciante, arriva l’affanno.

Quest’alternanza continua non è solo una successione nel tempo di euforie e delusioni, ma, come testimonia il libro di viaggio di Marco Brando, è una dissonanza che si incontra anche nello spazio, perché capita di ritrovare entrambe le facce a pochi metri o chilometri di distanza l’una dall’altra. Il cemento bracca continuamente la bellezza, e non appena la decenza e la legge guardano altrove (e capita troppo spesso), la degrada e la deturpa: le cabine sulla spiaggia diventano case, avviando quella spirale dei condoni che ha saldato piccoli e grandi interessi, società «incivile» e politica in un blocco sociale tanto vorace quanto resistente. Ma accanto all’affollamento distruttivo esistono ancora «bellezze da sogno ignorate»; oppure capita di scoprire che la tutela del Gargano, la sua sottrazione alla ferocia cementizia, la si deve non solo a un ente preposto alla tutela dell’ambiente, ma moltissimo all’Eni, che a prima vista sembrerebbe il suo peggior nemico. E il libro è pieno di scoperte come queste, di accostamenti sorprendenti.

Brando viene dal Nord ed è arrivato in Puglia per ragioni di lavoro. Questo viaggio nasce dal desiderio di conoscere un territorio sconosciuto, di guardare da vicino i luoghi e le persone di cui ogni giorno si parla sulle colonne del giornale. I suoi resoconti ripropongono, nelle descrizioni e negli stati d’animo del viaggiatore, questa alternanza continua tra le promesse e le delusioni, la scoperta della ricchezza insospettata delle storie, della bellezza dei luoghi, dell’intraprendenza delle persone e la delusione per le diserzioni dello spirito pubblico, per un assalto alle coste e al mare, che diventa l’inquietante metafora del rapporto con il bene pubblico e dell’assalto particolaristico alle istituzioni.

Nel libro, che volutamente trascura le grandi città per attraversare la Puglia minore, questo alternarsi di emozioni e di scoperte non fa che accentuare la rabbia. Non si è di fronte a una stasi che uccide lo spirito, recidendo la speranza, ma neanche a un dinamismo stabile, che permette di distogliere lo sguardo, sicuri che poi tutto continui a funzionare per il meglio. La Puglia che Brando attraversa, in questi anni diventata nota nel mondo, è la Puglia del Salento, della Valle d’Itria, del Gargano oppure è la Puglia più riposta della Murgia e dell’Appennino. Ma anche in questa nuova immagine, che, tramite i nuovi strumenti di comunicazione, rende noti nel mondo i nostri luoghi e attira i turisti, torna a riproporsi, come una condanna, l’oscillazione. La riscoperta dei luoghi, del territorio e della tradizione è un nuovo punto di partenza oppure una ritirata, la ricerca di un piccolo lucro alle spalle di un mondo che ci sorpassa e ci sfugge? È l’inizio di un nuovo equilibrio tra modernità e tradizione oppure è un chiudersi nel piccolo cabotaggio, nello sfruttamento feroce del territorio, una vendita all’incanto senza pudore e misura?

Ovviamente Brando non si propone di rispondere a questa domanda, e il suo libro, molto saggiamente, si fa prendere dal ritmo della scoperta, della meraviglia, della cronaca, delle osservazioni di chi è solo di passaggio, e per questo è più sereno sia nei riconoscimenti che nelle critiche. Ma sembra anch’esso alla fine suggerire una morale ai pugliesi: possedete una terra bella e varia, ricca di caratteri e di lingue, di chiese e di mari diversi, in una posizione di collegamento che si respira anche soltanto ripercorrendone la storia. Non fatevela sfuggire dalle mani, sfruttatela, ma con saggezza e gentilezza, non ripiegate sul piccolo cabotaggio, che vi fa rimanere sotto costa, osate un po’ di più. Lo scetticismo non è realismo o prudenza, ma solo mediocrità e paura di volare. Se rinunzierete a rischiare, rimarrete sempre a metà strada, eterni incompiuti, che continuano a oscillare tra grandi racconti ed epiloghi di terz’ordine.

 

L’AUTORE

 

MARCO BRANDO è nato a Genova Sampierdarena nel febbraio del 1958 e ha un albero genealogico piuttosto variegato.

Dal 1982 ha cominciato a scrivere per «L’Unità» come corrispondente da Pavia; per poi lavorare nella redazione di Milano del quotidiano, prima come redattore e poi come inviato, fino al 1998 (con un biennio di parentesi a Roma), dedicandosi soprattutto alla cronaca giudiziaria e in particolare all’inchiesta «Mani pulite».

Dopo un’esperienza nelle vesti di autore del programma «Film Dossier - Linea d’ombra» a Mediaset e dopo un anno e mezzo di lavoro per «Tv Sorrisi e Canzoni», dal novembre 2000 fa il giornalista a Bari nella redazione del «Corriere del Mezzogiorno» dove, tra l’altro, risponde ai lettori nella pagina «Lettere - La voce del cittadino».

postato da: URIATINON alle ore 07:57 | Link | commenti
categoria:segnalazioni
martedì, 17 ottobre 2006
 

Foggia nell´editoria

 

  

Fino al 21 ottobre, le case editrici Bastogi - Grenzi - Parnaso - Il Rosone - Utopia animeranno, con i loro autori, una ricca settimana della cultura e la Mostra mercato presso la fondazione Banca del Monte-Siniscalco Ceci in via Arpi 152

 

 

La Fondazione Banca del Monte, in linea con l´obiettivo della promozione della cultura e delle risorse anche imprenditoriali del territorio, ha inteso creare un evento che unisca l´intento della diffusione della lettura con una opportunità per le case editrici locali di forte visibilità e possibilità di maggiore vendita dei loro libri. Si tratta di un esperimento che porterà 5 case editrici locali, quelle che hanno risposto all´invito della Fondazione spedito a tutte le realtà del territorio, ad essere presenti con le loro pubblicazioni nella sede di via Arpi dal 14 al 21 ottobre in una mostra mercato dal titolo “Foggia nell´editoria”.

L´inaugurazione si e' tenuta il 14 alle ore 11,00 con una relazione del prof. Davide Leccese, che ha sottolineato la essenziale importanza del libro che “ti obbliga a fermarti, a rendere conto a ragionamenti ed emozioni verso i quali non puoi essere volatile. Anche rileggere un libro serve a rimisurarsi l´esistenza… molti di questi libri possono apparire sedimentazioni astratta di ciò che avvenne, invece sono testimonianza di qualcosa che avviene. La storia è presente se l´uomo la incontra… il libro è coscienza dell´appartenenza. Perché Foggia ha paura del libro? Perché ha paura della coscienza dell´identità. La banalità del quotidiano ci fa essere assenti al futuro. I libri pongono la domanda: chi siamo stati, chi vogliamo essere. I libri hanno la funzione di risvegliare la coscienza, fanno acquisire competenze da trasmettere agli altri. Continuerò ad avere una fisima, quella di leggere le lapidi degli uomini che hanno fatto grande la mia città, come Capozzi, Rosati, Galiani… e dico: ho una culla che ha il valore della vita che vivo. La mia città è la culla dove ho coltivato la mia identità. Io trasmetto le tracce di quella che è stata perché i miei figli e i miei nipoti abbiano voglia di lasciare le tracce di quella che sarà”. 

La Fondazione, ha continuato Leccese, con questa iniziativa ribadisce, la sua “identità donativa, che non è elargire elemosine, ma essere interprete coraggiosa dei bisogni della città. Nata come prestito di denaro, oggi cerca di prestare valori, della cultura, della solidarietà”. L´iniziativa è una mostra mercato: non solo dunque un invito alla lettura, ma anche promozione della editoria locale che spesso non gode di un buon battage pubblicitario e non ultimo obiettivo quello di favorire la consapevolezza della nostra storia e del nostro patrimonio artistico, elemento fondamentale di cui si nutre la coscienza civile di cui Foggia ha tanto bisogno. 

Bastogi Editrice Italiana - Claudio Grenzi Editore - Parnaso Editrice - Editrice Il Rosone - Utopia Edizioni, protagoniste della mostra, figureranno nel catalogo con 50 titoli e relative schede per ciascuna. Nella sala al piano terra di via Arpi ciascuna casa editrice avrà un suo spazio sul quale potrà esporre un numero di libri anche superiore ai 50 compresi nel catalogo, aventi temi e autori vari, mentre nel catalogo si preferiranno libri che parlano di Foggia o che hanno autori foggiani. 

Per tutti i libri contenuti nel catalogo e per tutta la durata della mostra sarà praticato sia presso i locali della Fondazione che presso le librerie della città uno sconto pari al 10% del prezzo di copertina. 

Nella settimana della mostra mercato ogni casa editrice gestirà un´intera giornata con incontri con l´autore e letture. 

Tutte le scolaresche di Foggia sono invitate ad incontri mattutini a loro destinati.

  

 

PROGRAMMA “Foggia nell´editoria locale” dal 14 al 21 ottobre

 

  

In via Arpi ogni casa editrice animerà un´intera´ giornata.

 

La mattina sara´ destinata alle scuole. Le mattine (ore 10,00-13,00) e i pomeriggi (ore 17,00-20,00) saranno cosi´ ripartiti:

 

  

lunedi´ 16 ottobre: Bastogi Editrice Italiana:

 

mattina Viaggio nel mondo della stampa ed editoria;

 

pomeriggio incontro con Savino Melillo, autore di “Foggia, un´antica Capitale”.

 

 

martedi´ 17 ottobre: Claudio Grenzi Editore:

 

mattina Workshop con Claudio Grenzi “Facce di Foggia”;

 

pomeriggio Luigi Iacovino presenta “Storia dell´Aviazione in Capitanata”, con immagini inedite. 

 

 

mercoledi´ 18 ottobre: Parnaso Editore:

 

mattina: incontro con gli studenti sui temi: “L´editoria degli amanuensi al computer” a cura dell’editore Luigi Pietro Marangelli e proiezione multimediale :“A passeggio tra le edicole votive, retaggio della religiosità popolare della città ” a cura di Maria Teresa Masullo;

 

pomeriggio Il prof. Raffaele Licinio presenta il libro di Teresa Maria Rauzino “Il Liceo Lanza dalle Scuole Pie agli anni del regime”.

 

  

giovedi´ 19 ottobre: Editrice Il Rosone:

 

mattina: L´Istituto Moscati-Altamura presenta la ricerca sui nostri antenati neolitici “Foggia, citta´ da leggere”;

 

pomeriggio: Incontro con gli Autori de Il Rosone su “Foggia citta´ da amare o da processare?” Modera Stefano Capone .

 

venerdi´ 20 ottobre: Utopia Edizioni:

 

mattina Vanni Natola presenta “Ore a caso”, di Matteo Maffucci, leader degli Zero Assoluto; pomeriggio Giovanni Cataleta presenta il suo “Che s´dice du Fogge” con corredo fotografico.

 

  

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lunedì, 18 settembre 2006
Prossimo incontro

Dopo la pausa estiva, il Gruppo di Lettura riprende gli incontri mercoledì  20 settembre, alle ore 18.30 presso il Centro Giovanile di Piazzetta Mercato. Non mancate.
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categoria:comunismo
mercoledì, 13 settembre 2006

Maria Antonia Ferrante,   Memorie di guerra dall'Idroscalo (lago Varano 1915-1918)

Memorie di guerra dall’Idroscalo

Chi percorre la strada che da Cagnano porta al lago di Varano, si stupisce vedendo sulla riva un villaggio disabitato: è l’ex Stazione Idrovolanti “Ivo Monti”. Centro di addestramento per piloti, centro per il recupero e la riparazione di idroplani e di mezzi leggeri di attacco, l’idroscalo di san Nicola è ricordato come base militare strategica di notevole importanza per il controllo della costa dalmata. Numerosissimi i voli effettuati, diurni e notturni, per esplorare le isole curzolane e per i soccorsi in Adriatico.

La storia dell’insediamento militare è stata ricostruita da Maria Antonia Ferrante nel volume Memorie di guerra dall’Idroscalo (lago Varano 1915-1918) . I documenti reperiti dall’autrice presso l’archivio della Marina Militare di Roma, e utilizzati in chiave narrativa, tracciano l’iter della Stazione negli anni della prima guerra mondiale. In particolare, la Ferrante rievoca gli eventi relativi all’insediamento: i lavori di cantiere, l’utilizzazione dei primi alloggi, l’organizzazione militare, i problemi che l’ammiraglio Thaon de Revel e il comandante Ghe dovettero risolvere, date le caratteristiche sfavorevoli della zona, isolata e infestata dall’anofele. A curare i militari decimati dalla malaria sarà chiamato Salvatore Donatacci, un medico di Cagnano Varano che si era distinto nella ricerca e nella profilassi della malattia.

L’anno 1915 trascorre a san Nicola fra la frenetica attività costruttiva e i primi movimenti di perlustrazione dell’Adriatico. Il cantiere funziona a ritmo serrato. Revel ha preso al cuore la sorte della nascente stazione del Varano; l’ha voluta e desidera renderla efficiente con ogni mezzo, compresi gli incentivi ai giovani militari lì destinati. Per loro chiede, in data 2 settembre 1915, il supplemento massimo alla paga stabilita. La risposta del ministero sarà negativa. Il comandante Ghe, di gusti raffinati, ordina per la stazione mobili funzionali ed eleganti. Riesce ad acquistare anche un pianoforte per allietare le lunghe serate solitarie dei militari in questo piccolo angolo di mondo. Giorno dopo giorno, l’idroscalo assume sempre più l’aspetto di centro autonomo ed autosufficiente Sono ben curati i viali lungo i quali si allineano le palazzine ad un piano. Sobrie, dall’elegante architettura di ispirazione coloniale, sono disposte in doppia fila fino alla zona di decollo prossima all’hangar costruito con metallo, legno e tela. 

Quelle che un tempo furono “costruzioni moderne ed eleganti” si presentano oggi in una condizione di estremo degrado, “sgarrupate”, per dirla con un linguaggio più pregnante. Gli infissi, i marmi pregiati, sono stati tutti asportati, in quella che era considerata una “cava a cielo aperto”, in cui era possibile rifornirsi di tutto e di più. Erbacce e sterpaglie hanno invaso le scalinate d’accesso, i muri e perfino le terrazze delle palazzine, alcuni tetti sono crollati. Un sonno profondo sembra avvolgere la struttura. Uniche voci: lo stridio degli uccelli acquatici e il belato degli armenti. Nell’ex stazione “Ivo Monti”, anche mucche e torelli hanno trovato residenza stabile. Non disdegnano, di tanto in tanto, di farsi una passeggiatina nei palazzi di stile coloniale e negli hangar ridotti a scheletri: tutti gli interni, i loggiati dell’ex stazione sono pieni di sterco. Oltre la strada, in posizione panoramica, la chiesa di Santa Barbara, costruita per i militari nel 1920, scoperchiata e con un bell’albero nella navata centrale, è diventata il rifugio dei drogati e delle coppiette, che hanno lasciato traccia del loro passaggio con murales immortalanti le loro gesta. Una visione desolante, che ci fa riflettere sulle sorti ineluttabili che sembrano incombere sul patrimonio monumentale dismesso di Capitanata. 

Sì, perchè in questo remoto e suggestivo lembo di terra ci sono anche i resti di un antico convento benedettini dell’anno 1058: San Nicola Imbuti. I monaci del Varano furono sotto la giurisdizione della potente badia di Kàlena (Peschici). Il declino della casa madre di Tremiti, che si concluse nel 1782 con la vendita ai privati di tutti i possedimenti da parte del Regio demanio borbonico, segnò la fine anche della piccola badia i cui ruderi sono ancora osservabili all’interno dell’Idroscalo. Certo i benedettini non immaginavano che, un millennio più tardi di loro, un nutrito gruppo di giovani militari avrebbe guardato lo stesso orizzonte, e che oggi noi avremmo visitato quel che resta dei loro insediamenti, segnalandone il degrado. 

L’area di san Nicola Imbuti, dismessa dal ministero della Difesa, e messa in vendita dal Ministero delle Finanze per sei miliardi e 250milioni di vecchie lire, pare sia stata acquistata da una società privata, una STU, che dovrebbe costruirvi l’ennesimo villaggio turistico. Ma finora è tutto fermo. L’unico palazzo dell’Idroscalo, ristrutturato qualche anno fa dal Comune di Cagnano, è sempre chiuso. Cos’è? L’ultimo presidio nel deserto dei Tartari? Anche il suo intonaco esterno comincia a deteriorarsi...

   

Maria Antonia Ferrante,  Memorie di guerra dall'Idroscalo (lago Varano 1915-1918), Edizioni del Rosone, Foggia, pp. 144 - ill.  Euro 11,00


Teresa Maria Rauzino

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martedì, 12 settembre 2006
Teresa Maria Rauzino, Il Regio Liceo Lanza. Dalle Scuole Pie agli anni del Regime

Strumento cruciale della formazione degli italiani, la storia della scuola ha assunto solo nell'ultimo decennio una specifica connotazione storiografica. Si registra, tuttavia, una diffusa perdita di memoria storica per la dispersione del patrimonio documentario di gran parte degli istituti scolastici. Appare impossibile tracciare, in taluni casi, la vicende di scuole che sono pezzi di storia e di cultura cittadina.

A Foggia, tuttavia, la pressoché totale distruzione dell'archivio non ha impedito la ricostruzione storica del Liceo Classico. Attraverso un puntuale lavoro di ricerca-didattica, Teresa Maria Rauzino è riuscita a pubblicare un ampio volume di testimonianze e documenti, Il Regio Liceo Lanza. Dalle Scuole Pie agli anni del Regime.  La cospicua documentazione presentata dalla Rauzino (che si è avvalsa di fonti diverse reperite in archivi pubblici e privati) consente di cogliere i complessi rapporti tra il Liceo, istituito nel 1868, e la città, nel corso della storia dell'Ottocento e del Novecento. Solleva interesse, in primo luogo, il nome dell'istituto, dedicato a Vincenzo Lanza (1784-1860) un illustre scienziato foggiano, docente di clinica medica dell'università di Napoli, socio di diverse accademie, che nel 1848 prese parte attiva ai moti rivoluzionari, manifestando una autentica coscienza liberale.

Si documentano ampiamente anche le questioni connesse ai cambiamenti di sede della scuola.
La classe dirigente di Foggia costruì, a fianco della Villa Comunale, alla fine dell'800 un ampio edifico ( attuale sede della Facoltà di Giurisprudenza ), nel quale dovevano trovar posto la Scuola Tecnica ed il Liceo Ginnasio con il suo Convitto.

Con l'aumento della popolazione scolastica la prima sede risultò insufficiente, per cui l'amministrazione podestarile assunse la decisione nel 1927 di costruire il "Palazzo degli studi", un imponente edificio progettato dall'architetto Marcello Piacentini, destinato ad accogliere le diverse scuole superiori della città, ancora oggi sede del Liceo.

Nella ricostruzione della Rauzino, che sofferma la sua attenzione soprattutto su gli anni Trenta-Quaranta del Novecento, si evidenziano le conseguenze dell'assoggettamento della scuola alla politica guerrafondaia e razzista del regime. Anche nel Liceo Lanza si manifestarono posizioni di resistenza culturale al conformismo e alla retorica dilagante, mantenendo fermo il modello di "serietà degli studi". I dissensi tra la scuola e il regime furono diversi.

Spicca in particolare il caso di Oronzo Marangelli, un docente di Italiano e Latino, originario di Conversano, che suscitava consensi tra gli studenti per il suo metodo d'insegnamento fondato sul dialogo. Egli fu sottoposto nel 1938 a ispezione ministeriale e trasferito, con la perdita della titolarità nei licei, in una scuola media a Benevento. L'allontanamento da Foggia del Marangelli - autore di diversi saggi come Storia di Conversano e Le pergamene di San Severo, apprezzati dallo storico tedesco Paul F. Kehr - non fu l'unico episodio di antifascismo nella scuola. Nel 1940 fu sospeso dall'insegnamento, perché denunciato da un suo alunno, Francesco Perna, docente di Lettere nella Scuola media annessa al Liceo. Perna, assieme al fratello Raffaele (docente di Latino e Greco nel Liceo "Orazio Flacco" di Bari) e al professore Antonio Vivoli, docente di Lettere dell'Istituto Magistrale Poerio, era legato da un intimo sodalizio a Tommaso Fiore e al movimento "liberal socialista" che nel 1941 fu oggetto di una dura repressione da parte dell'Ovra (polizia segreta) con arresti ed invii al confino.

Nel volume vengono considerati gli effetti della guerra (tra le migliaia di vittime dei bombardamenti anglo-americani dell'estate del '43 ci fu anche il preside della scuola, Matteo Luigi Guerrieri) ed il difficile ritorno alla normalità.

Completa questa interessante attività di ricerca-didattica una serie di puntuali schede biografiche, di ex docenti e presidi del Liceo, e di interviste ad ex alunni, tra cui quelle a Mario Sarcinelli, noto economista, e a Renzo Arbore che ricorda la profonda influenza culturale ed umana degli insegnanti Antonio Vivoli e Giovanni Iorio.

Si ispira a quest'ultimo il personaggio del professore Aristogitone di "Alto Gradimento", popolare programma radiofonico degli anni Settanta; anche l'espressione, "io li piglio e li sbatto fuori", utilizzata nella trasmissione, era del suo professore di greco. Tuttavia, aggiunge Arbore, quella frase "la diceva con un tono burbero-benefico. Al Liceo è scoccata quella scintilla che mi ha reso consapevole del valore dell'artista".

Teresa Maria Rauzino, Il Regio Liceo Lanza dalle Scuole Pie agli anni del Regime, Edizioni Parnaso, Foggia 2004, p. 399, ill, euro 20, codice ISBN 88-901351-0-7.

Vito Antonio Leuzzi

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mercoledì, 06 settembre 2006
Antonio Vigilante, La Barchetta di Virginia

«Una volta un’alunna, Virginia si chiamava, e scriveva racconti molto belli – fece una barchetta. Ci scrisse “Da Virginia al professore” e me la diede. Da allora vado al lavoro con la barchetta di Virginia nella borsa. Quando mi sembra di non farcela, la tiro fuori e la sistemo sulla cattedra. La guardo per un po’. La guardano i miei alunni. Qualcosa succede. Nessuno – né io né loro – sa bene cosa succede. Ma qualcosa succede».

Antonio Vigilante chiude così "La barchetta di Virginia. Manifesto per una scuola improbabile", edito da Rainoneeditore (Bergamo 2006) ne La CataPulta – Polemiche Proposte Provocazioni, una nuova collana che si propone «di scagliare, oltre la cinta muraria dei benpensanti, palle di fuoco per incenerire luoghi comuni, bei pensieri e comportamenti ormai sedimentati».

Un  pamphlet bellissimo, provocante e dissacrante, quello di Vigilante, che mette a nudo, dal di dentro, le contraddizioni della scuola italiana, i suoi riti, il suo linguaggio.

Una scuola abitudinaria, che non accetta neppure le piccole novità, perché destabilizzanti. Ha ancora i banchi, le scomode, orribili sedie di legno, le cattedre, le stesse identiche strutture che  aveva nell’Ottocento. Nessuno ha mai pensato a un ambiente diverso, più familiare, più accogliente, più libero, con un arredo diverso, primo passo per una scuola diversa. Si continua a discutere su cosa insegnare, un po’ meno su come farlo; per nulla su dove farlo.

Ma anche gli alunni sembrano restii a un rapporto nuovo con i docenti: è il rapporto autoritario quello che preferiscono. Sono stati abituati ab immemorabili a questo finto rispetto sedimentato nel loro DNA da generazioni.  Guai, per i prof.,  farsi scoprire autorevoli e diversi! Guai a farsi scoprire con un sorriso! Scolaresche vocianti, sempre pronte a creare una bolgia inimmaginabile, ad alzarsi, girare liberamente per le aule e per i corridoi, parlare, urlare, ridere. E la Pedagogia deve essere messa da parte, dimenticata, anche dal prof che a quei principi ci crede veramente, pena lo spezzarsi del fragile equilibrio instaurato d’autorità. 

In questa scuola difficile, in cui sembra assente qualsiasi vera comunicazione, gli studenti sono restii alla sua "vicinanza": il primo giorno di scuola c’è la corsa ad occupare non i primi posti, ma quelli in fondo o defilati, ai due lati, il più possibile lontani dalla cattedra. Diventa una sicurezza stare lontani, il più possibile lontani dallo sguardo del professore.

La scuola attuale, che Vigilante definisce “dal fiato corto”, è espressione della società italiana, che sta attraversando una profonda crisi, non disponendo più di un sicuro orientamento culturale. Resta una pseudo-cultura della competizione e dell’affermazione personale, alimentata dall’inciviltà della televisione, di cui pochi fanno a meno, che è diventata la vera educatrice delle nuove generazioni.

A scuola regna il conformismo borghese, l’uso di simboli identitari, branditi come amuleti per esorcizzare la diversità religiosa,   il provincialismo, veri nuclei dell’identità italiana che sopravvive al mutare dei regimi politici.

In questa situazione, c’è poco o nulla da insegnare, a scuola.

Una scuola vera in Italia è improbabile, avverte l’Autore, che però non  rinuncia alla sua mission: far scoprire ai suoi studenti la bellezza, la cultura come ricerca comune, il lavoro manuale e creativo accanto a quello intellettuale, la laicità vera, il valore dell’informazione e del dialogo.

Vigilante mette in campo diversi mondi possibili, come tutte le utopie. Forse mai pensate da docenti assuefatti alla routine, che vedono gli alunni come semplice materiale umano piuttosto che interfaccia per una comunicazione reale, oltre il formalismo e le gerarchie. Ha riflettuto molto, l’Autore, su un motto di Danilo Dolci: «Ciascuno cresce solo se sognato». E’ la frase che scriverebbe all’ingresso di ogni scuola, magari sotto la statua della Pedagogia.  Non è possibile insegnare nulla a chi non si ama, così come non è possibile amare chi non si conosce.  Conoscenza- amore- conoscenza diventano le parole-chiave, il leit motiv di una destabilizzante, rivoluzionaria comunicazione educativa basata su un reciproco riconoscimento.  Un rapporto basato su quello che egli chiama l’Eros pedagogico. Vigilante sogna non studenti improbabili, ma studenti  veri, che hanno in nuce “altro da quel che sono”.

Un sogno  possibile. Basta  non disprezzare il loro vero essere come una colpa, basta non scartarli come materiale umano privo di interesse! Vedere in loro, con lo sguardo del prof. che sa guardare oltre, le persone che saranno domani, anzi che cominciano ad essere oggi. Anche loro lo guarderanno con occhi diversi. Per quanta rabbia possano avere, non potranno più restare gli stessi, se qualcuno è giunto a sognarli.

La scuola improbabile di Vigilante favorisce quindi rapporti umani profondi e significativi, una relazione educativa erotica reale. Sono abolite le gerarchie, è abolito il libro di testo, è abolita l’autorità. Dalla scuola, centro di ricerca, si diffonde nella società il senso di una cultura libera, non più affaire di una ristretta cerchia di intellettuali, ma costruzione sociale, ricchezza scrupolosamente condivisa. 

Antonio Vigilante,  La barchetta di Virginia. Manifesto per una scuola improbabile, Rainoneeditore, Bergamo 2006, pp. 63,  euro 5,00. Codice ISBN 88-901774-8-9.

Teresa Maria Rauzino

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mercoledì, 06 settembre 2006
Filippo Fiorentino, L'Accademia degli Eccitati viciensi

A metà Settecento, all’interno delle Accademie illuministe europee, notiamo una maggiore attenzione alla “felicità” dei popoli: il sapere viene finalizzato alla “pubblica utilità”, le conoscenze diventano spendibili nella realtà territoriale in cui si vive, affinché gli abitanti di quel territorio stiano meglio, migliorino la loro qualità di vita. Gli intellettuali sono quindi meno eruditi, meno enciclopedici, selezionano gli argomenti di studio. Il loro sapere non è più fine a se stesso. Essi vogliono indicare una strada, tendono a porsi come riformisti, legislatori della società, indicando soluzioni più razionali rispetto al passato. Vogliono soprattutto cambiare la mentalità degli uomini del loro tempo.
Questi intellettuali vissero non solo in Europa ed in Italia, ma anche in mezzo a noi.
Tra il 1730 ed il 1750, il mondo meridionale viene attraversato da idee originali, che non soffrono di gallomania, nel senso che l’elaborazione è autonoma rispetto alla cultura dei lumi francese. Anche Vico del Gargano, un centro minore del Regno borbonico, sa aprirsi a stimoli provenienti da Napoli e da più lontane realtà culturali. Qui gli illuministi si riuniscono nell’Accademia degli Eccitati viciensi, fondata il 3 maggio 1759 nella Chiesa extramoenia di S. Maria del Refugio (oggi detta del Purgatorio). E’ l’unico sodalizio illuminista di Capitanata di cui oggi si abbiano fonti documentarie. Fonti custodite da Isabella Damiani (erede dell’archivio della famiglia Mattei-Della Bella) e pubblicate da Filippo Fiorentino nel volume "L’Accademia degli eccitati viciensi".
Manoscritti rincorsi e strenuamente ricercati dallo storico vichese per tutta una vita. Gli Eccitati furono il tema della prima “ricerca” assegnatagli alle scuole elementari dal suo maestro. Di quei manoscritti, nei lunghi pomeriggi di conversazione, gli aveva parlato un altro studioso, Giuseppe d’Addetta, il quale si rammaricava di non averli mai potuto rintracciare. Queste carte erano “memoria smarrita”: l’unica traccia era contenuta in un breve transunto, citato nelle Memorie del notaio Vincenzo de Ambrosio.
Nel 2002, finalmente, Isabella Damiani mostrò i manoscritti originali a Fiorentino, facendogli «scoprire d’incanto la lunga traversata del linguaggio, radicato nella vita di esseri umani, che in quegli scritti testimoniavano di aver agito, sofferto, comunicato forti emozioni. L’unica Accademia di Capitanata del XVIII secolo non era più l’araba fenice!».
La pubblicazione di questo autentico “oro del Gargano” letterario doveva essere la pietra miliare per il rilancio delle istituzioni culturali del Promontorio, nel «segno della più corale intellettualità agita a Vico». L’intento di Fiorentino era di riattualizzare le finalità degli Eccitati viciensi nella realtà del terzo millennio: un sogno interrotto dalla sua prematura scomparsa.

Le finalità del sodalizio

Il termine “Eccitati” richiama le diverse accademie omonime operanti sin dal ‘600 in Italia, porta nell’etimo il significato di eccitare, che vuol dire svegliare, stimolare, sollecitare i sensi e la mente ad uscire dal letargo dell’oscurantismo e del dogmatismo. I promotori sono «alcuni cittadini amanti dello studio letterario che vogliono accendere gli animi dei giovani all’amore per le scienze, per incoraggirli, ed aiutarli al proseguimento de’ Studi». Per protettrice, gli Eccitati scelgono la Vergine dei Sette Dolori, ma il loro simbolo è Pallade Atena che scuote dal sonno un uomo, presentandogli un libro. Gli eccitati guardano la realtà con occhi nuovi, guidati dal lume della ragione.
«Il loro statuto - afferma Fiorentino - è uno specchio dell’io che non vuole essere colonizzato dalla rassegnazione e si propone di migliorare l’altro, uno sforzo che andrà ben oltre lo spazio temporale di vita dell’Accademia (…).Voler sagomare l’uomo nuovo nel tessuto della società garganica costituisce la proposta pedagogica più rilevante (…)».
Il settimanale appuntamento prende avvio il 3 maggio 1759. Gli Accademici escludono le “chimeriche fanfaluche” dal loro orizzonte culturale. Sono lontani dagli intenti ludici dell’Accademia arcadica degli Oziosi (1611), dove i soci erano obbligati a parlare sempre in versi e che trasgrediva pagava pegno, offrendo gelati e confetture. Incitano i giovani a camminare per il sentiero della virtù, le dissertazioni possono spaziare su varie materie (fisica, morale, giuridica, storica, politica). Argomenti utili alla società come quelli dell’Accademia Palatina di Medina Coeli o quella degli Investiganti, attiva a Napoli fra la fine del Seicento e i primi decenni del Settecento. Non mancano richiami all’Accademia delle Scienze, fondata da Celestino Galiani, un garganico operante presso l’Università di Napoli.
I soci del sodalizio di Vico non nascondono di sentirsi in contrasto con la propria età. Il loro obiettivo è quello di alimentare un vivaio per la rigenerazione della comunità, l’intento è di formare una classe dirigente in grado di affrontare i mutamenti in un’epoca di transizione.
Sabato primo dicembre 1759 le regole dell’Accademia, le cariche e la formula del diploma sono lette e approvate all’unanimità. Tra i 18 soci fondatori, la maggior parte appartiene al clero secolare, solo un piccolo gruppetto appartiene all’ordine “mezzano” dei professionisti (avvocati e dottori fisici). Non tutti sono di Vico. Vi sono due “lettori” cappuccini: Padre Amadeo proviene dal convento da Rodi e Padre Santi da quello di Monte Sant’Angelo; vi sono poi Giuseppe Giordano, studioso di Legge, di Lucera; Ignazio Ruggiero, avvocato di Rodi; il signor Ubaldo Andreatini, di Pesaro, Razionale della Casa Di Tarsia (cioè degli Spinelli, feudatari di Vico), e Domenico de Muti, dottore fisico docente presso la Regia Università di Napoli.
Ogni eccitato si fa chiamare con «un anagramma o purissimo, o puro, o almeno impuro del proprio nome e cognome»: ritroviamo Tirsi Pinifero (Pietro de Finis); Arcadio Clorimene (Domenico Arcaroli); Zenone Tunicco (Vincenzo del Conte); Amantio Schigi (Giacinto Mascis); Serpillo Amante (Pietro Masella); Artemio Palles (Pietro Masella); Lacedomio Gentilini (Michelantonio Cilenti; Laudatore Benandi (Ubaldo Andreatini), Alcide Lalimbelli (Michele della Bella), Nicomaco Errialdo (Angiolo Domenico Arcaroli), etc.
L’otium letterario degli Eccitati è praticabile soltanto dopo che l’aspirante socio abbia compiuto i 21 anni. I novizi, una volta riconosciuti abili, dopo il praticantato di un anno, possono ricopiare le composizioni da raccogliere in un volume. Spetta a loro comporre le liriche che chiudono le dissertazioni. All’Accademia potranno dare decoro anche i soci onorari, soggetti che elevano la caratura del sodalizio con il loro nome prestigioso.
Durante le dissertazioni sono ammessi gli uditori, oltre ai soci. Sarà il cerimoniere ad assegnare «ai più degni il luogo più degno». Agli altri, il posto sarà assegnato a seconda della loro professione, età, mestiere.

Gli eccitamenti

Le dissertazioni dovranno essere chiare, utili ed amene, cioè piacevoli. L’avvertenza è che il discorso non superi la soglia dell’attenzione fissata al massimo in un’ora e che trovi “alati commenti in versi”. «Poesia necessaria contro l’essiccamento della mente – commenta Fiorentino – Ritagli di scrittura poetica aggrappati senza mediazione alle dissertazioni».
Interessanti appaiono certe intuizioni di tecniche di comunicazione mediatica. Per motivare il pubblico a ripresentarsi di sabato in sabato all’appuntamento settimanale, ogni relatore alla fine del suo discorso annuncia l’oggetto della prossima dissertazione. La conferenza diventa simile «a un moderno palinsesto mediatico che restituisce alla cittadinanza una fiammata sempre nuova e rischiarante per veicolare le idee».
I componimenti più riusciti trovano ispirazione nella devozione della Vergine Maria del Refugio: il giovedì santo, per ricordare i suoi “sette dolori” oppure il due luglio o il quindici agosto «per celebrarla piena di grazie, e ricolma di gloria in cielo». L’ispirazione “scorre intensa tra le rive della poesia” quando la ricorrenza mariana raccoglie più gente nella chiesa del Purgatorio e l’ampia navata diventa luogo dell’accademica adunanza, quando commosse vibrazioni di pensiero vengono esternate con lo sfondo del parato festivo, con le “frasche” in rame dorato sbalzato, carte-gloria e il paliotto dell’altare maggiore in lampasso di seta o in damasco rosa ricamato.
Le date del 27 marzo 1760 e del 2 luglio, rispettivamente Giovedì di passione e Madonna delle Grazie, ci restituiscono l’acutezza e il bagliore di intelligenze di questi uomini che hanno composto una corona di 16 sonetti “di una dolcezza disarmata”, dedicati alla Madonna dei sette dolori. Potremmo definirli un originalissimo “Planctus Mariae”. Una tradizione viva ancora oggi. Nei riti della settimana santa, le donne del Sud, eseguendo il planctus, sanno trovare le parole, i suoni e i gesti per svolgere il loro personale “lavoro del dolore”. Lamentano la perdita del Cristo che rappresenta simbolicamente le proprie perdite.
I testi superstiti delle altre “dissertazioni” degli Eccitati viciensi ormai hanno perso l’originaria sequenza, ma è possibile riordinarli, tenendo presente le date. In bilico tra il nuovo indirizzo storico-giurisdizionale di matrice giannoniana, l’illuminismo e le tradizioni letterarie dell’Arcadia, gli “eccitamenti” vanno dai pregi della lingua toscana, all’origine della moneta segnata e non segnata.
Ma vi sono anche dei temi che proiettano gli eccitati viciensi in ambito mondiale, in una società aperta, interculturale. Ad esempio, la dissertazione sul culto politico di Confucio, trattato da Serpillo Amante (Pietro de Finis, diacono e professore di teologia) testimonia l’interesse per la lingua e la scrittura cinese, che aveva portato Papa Clemente XII, nel 1732, ad istituire a Napoli il Collegio dei Cinesi, l’attuale Istituto Universitario Orientale. L’intento era quello di formare missionari che propagassero il cattolicesimo in Cina, ma anche di formare interpreti in grado di agevolare i rapporti commerciali con i paesi dell’estremo oriente.
Innovazione, quella degli Eccitati, non disgiunta dalla tradizione, che si pone in continuità con il passato, il solo in grado di offrire una prospettiva, di imprimere una rotta e di orientare verso nuovi mondi possibili. Una visione che coinvolge sì la ragione, ma che non disdegna il contributo della fede, la sola in grado di superare la precarietà della vita.

Chi raccoglierà il testimone?

Attiva per breve tempo, c’è da chiedersi quale incidenza l’Accademia degli Eccitati abbia avuto a Vico. Volse in beneficio comune quei lumi che ciascun socio aveva acquisito nel suo studio privato? L’incidenza fu minima nell’immediato, non riuscì a penetrare la ruvida corteccia della gente comune raccolta nel fitto tessuto di case- botteghe, di sottani, radicata agli aromi di palmenti, di sotterranei trappeti e di centimoli.  Ma a Vico, Domenico Arcaroli, che diventerà poi vescovo di Vieste, e gli Eccitati che lo coadiuvarono, interpretarono degnamente il riformismo illuminato di alti prelati pugliesi come Celestino Galiani, Domenico Forges Davanzati, Giuseppe Capecelatro e Luca de Samuele Cagnazzi.
In un contesto in cui il popolino era più disposto ad ascoltare i rozzi santoni piuttosto che gli ecclesiastici colti, le loro dissertazioni sono infatti immuni dalla mentalità magico-sensitiva popolare, che a Vico del Gargano in quel tempo era vincente. Ricordiamo che, a quel tempo, il paese garganico vantava una rinomata cabala. Un prete di nome Giuseppe Roberti aveva fama di dare “convincenti risposte a quesiti di scienza, di storia e su futuro”.
Bisogna riconoscere che non pochi eccitati viciensi sono scesi “ nella feccia di Romolo”, per usare l’espressione di Giambattista Vico. Giacinto Mascis si caricò della responsabilità di sindaco di Vico e don Pietro de Finis fece costruire il monumentale cimitero di San Pietro, costruito fuori le mura del paese nel 1792, per motivi igienici, molto tempo prima dell’editto napoleonico di Saint Cloud (1804). De Finis aveva trentasei anni nel 1759. Già nel 1751 aveva aperto a sue spese, per tre anni, una scuola per tutti.
Suo discepolo fu Michelangelo Manicone (che lo ricorderà come «il maestro mio di grammatica»). Manicone non sarà tra i soci fondatori dell’Accademia (aveva allora soltanto 14 anni) ma respirò l’aria illuministica diffusasi nel 1759-60 nel suo paese e la dilatò nelle sue opere. Autore de La Fisica Appula e de La Fisica Daunica, è una figura eclettica di naturalista, erudito, ricercatore, ecologista ante litteram, politico progressista. Nella Dottrina Pacifica del 1790 grida contro gli abusi dei tiranni, invoca la riforma della Chiesa.
Aspirazioni e ansie di strati illuminati della gente di Vico furono simboleggiati da un maestoso albero, l’albero della popolar libertà, piantato da Manicone a Largo Fuoriporta, proprio davanti alla chiesa che ospitava l’Accademia degli Eccitati. Quell’albero, divenuto Arbor Adae, albero dell’Inferno, segno di scandalo per il restaurato governo borbonico, verrà abbattuto, sostituito da una Croce e poi da un pubblico fanale dell’illuminazione. Un lampione che, secondo Giuseppe del Viscio, poteva al massimo rischiarare le tenebre della notte, non il buio del tempo (1886).
Rimasta immobile per oltre duecentoquarant’anni, la Repubblica letteraria di Vico si ripropone oggi per prolungare il suo cammino. Il tempo presente è altrettanto difficile ed avaro di sintonie immediate.
Chi raccoglierà il testimone?

Filippo Fiorentino, L'Accademia degli Eccitati viciensi, Edizioni del Rosone, Foggia, 2003. pp. 129, € 15.00.

Teresa Maria Rauzino
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martedì, 05 settembre 2006
Apricenalegge                                                                                                             Comune di Apricena
Giornate a sostegno della editoria pugliese                                      Ass. alle attività produttive

Racconti di terre lontane e uomini dimenticati
Viaggio letterario in terre sperdute tra indigeni, cantastorie e briganti

Terre sperdute -  Il Gargano  di Antonio Beltramelli
c/o Stand libreria Mediabooks
Via Luigi Cadorna, angolo c.so Giannone - Apricena

sabato 09 settembre - ore 20:00
Antonio Beltramelli - Un “Romagnolo nello sperduto Gargano”
Ritratto dell’autore scomparso e presentazione del libro “Il Gargano” - ed. Il Rosone
con Francesco Giuliani (curatore) e Antonio De Grandis (relatore)
Intermezzi musicali a cura di Roberta Procaccini (arpa)


Indigeni  - Matteo Salvatore e Nicola Scassa, il cantastorie e il brigante
c/o Stand libreria Mediabooks
Via Luigi Cadorna, angolo c.so Giannone - Apricena
domenica 10 settembre - ore 20:00
- “Matteo Salvatore a Peschici” - proiezione video
- “Matteo Salvatore” un aedo  tra gli indigeni - conversazioni  a piacere
testimonianze di Ferruccio Castronuovo (regista) e Raffaele Vescera (autore e biografo)
- “Inganni “ ovvero le memorie ritrovate del barone Nicola Scassa di Lucera, carbonaro, poi brigante per guasto d’amore - (da un racconto di Stendhal) ed. C. Grenzi
presentazione del libro a cura di Raffaele Vescera (autore e biografo)


Organizzazione :libreria Mediabooks  tel. 0882- 640364 / 646545  cell. 340-0757344  
e-mail: mediabooks@tiscali.it
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categoria:eventi